Sintesi della Relazione di Gianni Tamino al Seminario
"Non bruciamoci il futuro"
25 settembre 2004 a Lavis

"Quale agricoltura di qualità in presenza di inceneritori?"
agricoltura industrializzata in una società inquinata

La cosiddetta rivoluzione verde, realizzata nel secondo dopoguerra, ha
determinato un grosso aumento di produzione agroalimentare, ma non ha
risolto né fame né sottosviluppo. Infatti i benefici sono andati solo alle
multinazionali della chimica e dell'alimentazione e ai grandi proprietari
terrieri, dati gli alti costi degli input tecnologici. E l'espulsione dalle
campagne dei contadini ha aumentato la piaga dei disoccupati e dei disperati
nelle aree urbane del sud del mondo. Secondo stime della FAO negli anni '90
sono morti per fame ogni anno circa 15 milioni di persone delle regioni del
Sud del mondo, mentre a 500 milioni ammontano le persone malnutrite (e nel
decennio attuale la situazione è peggiorata!).
La produttività delle coltivazioni ad alto contenuto tecnologico è stata
garantita dal massiccio impiego di energia in ogni fase lavorativa: macchine
agricole, selezione genetica, concimazione, irrigazione, controllo chimico
dei parassiti, ecc. Si tratta di un enorme flusso di energia supplementare
(cioè oltre a quella fornita negli ecosistemi naturali dal sole) che
trasforma il sistema produttivo primario da accumulatore di energia (grazie
alla fotosintesi) in forte consumatore di energia di origine fossile.
La rivoluzione verde ha dunque permesso un grosso aumento di consumi
alimentari per i paesi più ricchi, senza garantire cibo per i più poveri,
favorendo la concentrazione del settore agroalimentare in poche mani: quelle
di alcune multinazionali. Nell'ultimo periodo lo sforzo maggiore delle
multinazionali riguarda il settore delle biotecnologie, attraverso la
commercializzazione di semi transgenici brevettati.
L'agricoltura industrializzata, che consuma prodotti chimici tossici e
utilizza piante geneticamente modificate, produce gravi inquinamenti
ambientali, soprattutto del suolo e delle acque, ma, a sua volta, viene
inquinata da traffico, industrie, centrali elettriche e inceneritori.
agricoltura sostenibile e di qualità, legata al territorio
Per essere sostenibile l'agricoltura deve mantenere la fertilità del suolo
riportando al terreno agricolo quella materia organica e quei sali minerali
che derivano dalla trasformazione del cibo consumato, evitando fertilizzanti
di sintesi che inquinano le falde. Analogamente non dovrebbe ricorrere a
prodotti chimici estranei a cicli naturali, ma riciclare le risorse naturali
e conservare l'energia. Tutto ciò richiede l'uso di tecniche e di tecnologie
appropriate, localmente disponibili, per favorire l'autosufficienza. In tal
modo l'agricoltura sostenibile, analizzando i flussi di materiali e di
energia, si propone di produrre cibo sano e di qualità senza intaccare il
patrimonio naturale, come chi utilizza gli interessi, mantenendo il
capitale.
L'agricoltura fin dalle sue origini ha modificato gli ecosistemi naturali,
sostituendoli con quelli artificiali, frutto dell'attività umana. Ma un
sistema artificiale può essere compatibile con quelli naturali se si integra
con essi e se viene reso durevole da idonei interventi esterni; in questo
senso per lungo tempo l'agricoltura è stata sostanzialmente sostenibile dal
punto di vista ambientale, poiché il flusso di materiali che partiva dal
suolo fertile si concludeva con il ripristino dei sali minerali al suolo,
secondo il ciclo:
suolo piante cibo
prodotti di degradazione
e il flusso di energia che partiva dalla radiazione solare si diffondeva
lungo catene alimentari semplificate, ma integrate con quelle naturali dei
boschi e delle foreste.
Più recentemente gli interventi esterni realizzati dall'uomo sono divenuti
sempre meno compatibili (prodotti chimici di sintesi, mezzi meccanici,
energia derivata dal petrolio, manipolazioni genetiche - OGM -, ecc.) e l'
agricoltura è diventata sempre meno sostenibile, anche a causa di due
fattori che hanno reso problematica la possibilità di chiudere il ciclo dell
'ecosistema agricolo.

Un primo fattore è l'urbanizzazione, che ha portato gran parte della
popolazione a concentrarsi nelle città, mentre il cibo continua ad essere
prodotto in campagna. Così gli scarti e i reflui derivati dal cibo
utilizzato non ritornano al campo che lo ha prodotto, ma sono trasformati in
liquami e rifiuti che vanno in fognature e discariche o inceneritori,
sottraendo all'agricoltura i sali minerali e la materia organica necessari
per la fertilità del terreno ( il processo diviene da ciclico a lineare:
suolo à piante à cibo à prodotti di degradazione à fogne, inceneritori,
discariche). Inoltre gli abitanti della città dipendono dalla campagna per
il cibo, ma gli agricoltori dipendono economicamente dal commercio dei
prodotti con la città. Per rendere sostenibile questo sistema lineare
occorre integrare città e campagna in una dimensione territoriale regionale,
in cui pianificare gli scambi tra le aree in modo da renderli compatibili,
ad esempio trasformando liquami e rifiuti organici, grazie ad una adeguata
raccolta differenziata, in compost ricco di materia organica e sali
minerali, riutilizzabile in agricoltura.

Il secondo fattore, causa di insostenibilità ben più difficile da risolvere
del precedente, è la globalizzazione del commercio, che si realizza su scala
mondiale. Il problema è come gestire un flusso di materiali che si sposta da
un continente all'altro, in modo non bilanciato, e cercare di conservare i
cicli biogeochimici degli ecosistemi naturali.
L'agricoltura sostenibile deve dunque conservare e utilizzare la
biodiversità, rifiutando l'uniformità produttiva del sistema agricolo
industriale e rivalutando la tipicità dei prodotti e la biodiversità dei
gusti del cibo a seconda delle regioni.
Inoltre, avendo come obiettivo la qualità e non tanto la quantità, si adatta
anche a quelle regioni considerate marginali, come quelle di collina e di
montagna.

l'impatto sull'ambiente in generale e sull'ambiente agricolo in particolare
degli inceneritori

La pericolosità degli inquinanti prodotti dagli inceneritori è confermata da
numerosi studi medici. Uno studio epidemiologico condotto dall'Università di
Birmingham ribadisce che in prossimità di inceneritori di rifiuti, il
rischio di leucemia e cancri solidi aumenta vertiginosamente nei bambini.
Gli inquinanti vengono trasferiti dall'aria al suolo con le scorie e le
ceneri.
Le principali sostanze inquinanti emesse da un impianto di incenerimento
sono:
- Policlorodibenzodiossine (Diossina)
- Policlorodibenzofurani (Furani)
- Ceneri contenenti mercurio, cadmio, rame, manganese, nichel, zinco, cromo,
ferro.
- Idrocarburi policiclici aromatici (IPA).
- Fosforo
- Ossidi di zolfo
- Cloro
- Ossidi di azoto
- Acido Solfidrico
- Ossido di carbonio
- Ceneri contenenti argento, antimonio, arsenico, stagno, idrocarburi
policiclici aromatici. -etc.....
A tutto questo va aggiunta la produzione di CO2: incenerire 1 kg di rifiuti
comporta l'uso di 7 kg di aria e 1 kg acqua, nonché la produzione di 3 kg di
CO2 determinante per l'incremento dell'effetto serra.
Un inceneritore inoltre riduce ma non elimina la quantità di rifiuti: di
ogni tonnellata di RSU incenerita infatti produce 300 kg di scorie, 30 kg di
ceneri e 10 - 80 kg di prodotti usati per la depurazione. Tutto questo ha un
peso e un volume molto inferiore rispetto ai RSU ma ha un potere inquinante
molto più alto e quindi va smaltito in discariche speciali le quali oltre ad
essere più costose garantiscono la conservazione e la non pericolosità dei
rifiuti solamente per 20 anni a fronte di una durata centenaria degli
inquinanti.

Come riporta un documento di Medicina Democratica, da un'indagine del
Ministero dell'Agricoltura francese risulta che tassi allarmanti di diossina
sono stati riscontrati nel latte prodotto in 34 dei 95 Dipartimenti del
Paese. In tre Dipartimenti del Nord - l'area a maggiore vocazione lattiera -
il tasso riscontrato è superiore a 3 picogrammi per grammo di grassi dei
prodotti lattiero-caseari analizzati, rispetto ad un valore di riferimento
che non dovrebbe superare 1 picogrammo, mentre a 5 picogrammi scatta la
proibizione del consumo. La diossina dispersa nell'atmosfera appare dovuta
all'attività degli inceneritori; 40 impianti di incenerimento dei rifiuti
urbani, secondo il Ministero dell'Ambiente, non sarebbero in regola, e
quindi continuano sistematicamente a contaminare i pascoli. L'indagine si
sta anche estendendo ai tassi di diossina nelle uova e nelle carni.
Le prefetture hanno vietato a sedici aziende agricole la vendita del latte
prodotto e sono stati chiusi gli inceneritori di Halluin, Wasquehal e
Sequedin (zona di Lille) assieme a quello di Maubeuge, nel nord del paese,
dove si è accertato il superamento di 1.000 volte il vigente limite previsto
dalle direttive dell'Unione Europea sulle diossine. Tant'è che la Francia
sta riconsiderando la sua politica di smaltimento dei rifiuti urbani da
decenni basata sull'incenerimento e sta sottoponendo gli impianti di
incenerimento, fino a ieri vantati come sicuri e non inquinanti, a verifiche
approfondite.
Lo studio ha portato alla richiesto di blocco della costruzione di ulteriori
inceneritori per rifiuti per evitare di aggravare l'attuale contaminazione,
mettendo pertanto in discussione il programma francese che prevede oltre
cento nuovi impianti entro il 2002.
Analoghe verifiche sono in corso in Belgio per l'impianto di Anversa come
per quelli di Weurt e Lathum in Olanda. In Olanda, è utile ricordarlo, nel
1989 l'inceneritore di Rotterdam fu spento e la produzione di latte del
circondario fu distrutta per diversi anni per l'elevata presenza di
diossine. In alcuni casi si sono verificate contaminazioni tra 11 e 14
nanog/l in TCDDeq a fronte di un limite massimo fissato in Olanda a 0,1
nanog/l; questo inquinante ha interessato anche aziende di agricoltura
biologica.
Ma non è solo la diossina ad inquinare i prodotti agricoli o a danneggiare
le coltivazioni intorno ad un inceneritore. Infatti un peso rilevante è
svolto anche da furani, IPA e metalli pesanti che possono essere assorbiti
dai vegetali e trasferiti, attraverso la catena alimentare, agli animali e
all'uomo.
Inoltre ossidi d'azoto, ossidi di zolfo, cloro, acido solfidrico possono
reagire con pioggia e nebbia, dando origine a ricadute acide o comunque
tossiche, pericolose per le coltivazioni agricole e in generale per l'
ambiente. Anche le condizioni climatiche possono essere modificate a causa
dell'incremento di CO2, dei fumi e del calore prodotti.
E' dunque evidente che campi e pascoli attorno ad un inceneritore vengono
gravemente danneggiati sia dal punto di vista ambientale, che sanitario ed
economico. D'altra parte è ben difficile fare sforzi per avere un'
agricoltura di qualità, magari biologica, legata al territorio se il
territorio è sottoposto a fonti di inquinamento, tra l'altro ben visibili da
parte dei potenziali consumatori: chi potrebbe reclamizzare il proprio
prodotto agricolo con un'immagine dei campi sovrastati da un inceneritore?