da repubblica.it
lunedi 28 giugno 2004
Riciclo, si ricomincia dalla prevenzione
ANTONIO CIANCIULLO
Di tutta la grande partita rifiuti l'elemento che domina le cronache è la
battaglia sugli inceneritori: il ritardo italiano e la rivolta degli
abitanti dei paesi coinvolti nei vari progetti di «termovalorizzazione»,
secondo la dizione politicamente corretta che non è ancora riuscita a
scacciare la vecchia immagine degli inceneritori anni Sessanta, veri e
propri pozzi di diossina troppo a lungo tollerati. Ma vista da Bruxelles,
con l'occhio dell'Unione europea, la questione assume contorni più ampi e
anche la posta economica in gioco cresce fino a prendere una dimensione
assai più significativa del reddito che può venire da un inceneritore.
L'assieme delle direttive approvate e in discussione (da quella sugli
imballaggi a quella sulle categorie di prodotti da coinvolgere) disegna un
progetto ambizioso di cui l'Europa tenta di assumere la leadership come ha
fatto per la battaglia sul protocollo di Kyoto. Si tratta di incrociare due
debolezze per trasformarle in una forza: da una parte le risorse decrescenti
a causa di un prelievo che in alcuni casi (ad esempio i combustibili
fossili) sfiora il saccheggio; dall'altra la produzione montante di rifiuti
inutilizzabili.
«Roma è seduta su una miniera che sforna oltre 64 mila tonnellate di
materiali all'anno, ma li chiamiamo rifiuti e li usiamo solo al 20 per
cento», afferma Giancarlo Longhi, direttore del Conai, il consorzio per il
recupero degli imballaggi. «Una percentuale decisamente troppo bassa, che è
destinata a crescere alimentando un mercato in cui l'Italia può assumere un
ruolo di tutto rilievo visto che già oggi le nostre industrie di riciclo
sono tra le più quotate».
Un'Italia ecologicamente all'avanguardia potrebbe sembrare un'immagine un po
' troppo ottimista dato che in campo ambientale siamo spesso costretti a
inseguire l'Europa in maniera scomposta e affannosa. Eppure uno dei
paradossi dello sviluppo industriale ha regalato una grande opportunità al
nostro paese. Negli anni Novanta, quando la tecnologia dell'incenerimento
dava già discrete garanzie di affidabilità (a patto di costruire impianti di
alto livello) l'Italia è rimasta al palo, schiacciata dal suo passato e
dalla scarsa affidabilità del suo sistema pubblico.
In quel periodo i paesi del CentroNord Europa hanno invece spostato una
quota consistente dei loro rifiuti verso l'incenerimento. Una scelta che al
momento è sembrata opportuna, ma che oggi potrebbe farli trovare spiazzati
dal nuovo orientamento europeo che, virando in senso ecologista, sta
chiedendo sempre più nettamente di pigiare sul pedale della prevenzione.
Cioè sul risparmio in partenza di materie prime e su merci ideate pensando
già nella fase di progettazione alle loro vite successive: materiali da
usare e riusare, da far passare attraverso vari cicli in modo da ridurre la
pressione sull'ambiente.
In questa prospettiva la combustione non è l'ideale: anche se condotta
utilizzando il calore per produrre elettricità comporta comunque un alto
dispendio di materie prime. Per questo il recupero energetico (cioè l'
energia che si può ottenere bruciando rifiuti selezionati) resta una delle
quattro «erre» raccomandate da Bruxelles, ma è l'ultima e il distacco tende
a crescere: la prima erre è la riduzione dei rifiuti; la seconda è il riuso;
poi viene il riciclo dei materiali dopo un trattamento che li renda
nuovamente disponibili; solo a questo punto arriva il recupero energetico
ottenuto con una combustione controllata.
Per un momento, durante il dibattito sull'aggiornamento delle direttive che
riguardano i rifiuti, era sembrato che il ripensamento sul ruolo dell'
incenerimento potesse essere ancora più netto: ma un'ulteriore presa di
distanza dal recupero energetico ottenuto bruciando rifiuti avrebbe messo in
difficoltà proprio i paesi che hanno complessivamente la maggiore
sensibilità ambientale (dalla Germania alla Scandinavia) impedendo loro di
raggiungere l'obiettivo fissato ad esempio dalla nuova normativa europea
sugli imballaggi: entro il dicembre 2008 si dovrà arrivare al recupero e
riciclo di almeno il 60 per cento degli imballaggi e a un riciclaggio
compreso tra il 55 e l'80 per cento (60 per cento per la carta, 15 per il
legno, 50 per i metalli, 22,5 per la plastica, 60 per il vetro).
Dunque la combustione con recupero energetico resta nella lista delle misure
utilizzabili per raggiungere queste percentuali, ma con qualche distinguo.
Una crescita del rigore che bilancia la tendenza all'aumento dei rifiuti (la
produzione di spazzatura urbana crescerà del 43 per cento tra il 1995 e il
2020) con la moltiplicazione dei vantaggi ambientali richiesti al ciclo di
produzione e smaltimento delle merci. Da una ricerca promossa dal Conai, ad
esempio, risulta che il sistema europeo di riutilizzo degli imballaggi
contribuisce alla riduzione delle emissioni serra evitando la produzione di
13 17 milioni di tonnellate di anidride carbonica: un valore analogo a
quello delle emissioni derivanti da tutti i trasporti su gomma in Austria.
«Se si seguono con rigore le indicazioni europee si azzera il dibattito
sugli inceneritori perché da bruciare resta ben poco», commenta Fabrizio
Fabbri, responsabile delle politiche ambientali dei verdi. «Per questo suona
come un controsenso anche economico il progetto faraonico di inceneritori
che si vuole far passare in Sicilia: per alimentarlo bisognerebbe di fatto
bloccare la raccolta differenziata».
Più di mille aziende, oltre ventimila gli occupati
Tre miliardi di euro di fatturato, più di mille aziende coinvolte, 20 mila
occupati, un alto tasso di crescita. Sono questi i connotati dell'industria
italiana del riciclo. Un'industria che fornisce più della metà della materia
prima a settori come il vetro e la carta e raggiunge punte di oltre il 90
per cento in segmenti come il cartone ondulato.
Eppure anche in questo mondo vitale i problemi non mancano. Il primo è
costituito dall'alterazione del mercato determinata dai certificati verdi
inseriti nel processo di recepimento del protocollo di Kyoto contro i gas
serra. Grazie a questi certificati, che premiano le attività attraverso le
quali si evita l'uso di combustibili fossili, una tonnellata di legno di
scarto da bruciare può arrivare a oscillare attorno ai 30 - 50 euro, più del
doppio di quello che si può ricavare utilizzando lo stesso materiale per un'
operazione di riciclo. Di qui la richiesta, da parte degli operatori
economici impegnati sul versante del recupero delle materie prime, di
certificati blu che diano valore economico ai benefici ambientali legati al
riutilizzo dei materiali.
«Non mi sembra il caso di fare una guerra di religione tra due finalità
ambientali entrambe utili», commenta Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto
Club, il cartello delle imprese impegnate in campo ecologico. «L'operazione
dei certificati verdi è certamente necessaria perché serve a frenare l'uso
dei combustibili fossili che rappresentano il principale elemento di
destabilizzazione climatica. Del resto se si calcolano i danni prodotti dall
'uso dei combustibili fossili si vede che i certificati verdi rappresentano
solo una compensazione parziale. D'altra parte però è anche vero che se il
legno è trattato con agenti chimici è meglio non utilizzarlo come biomassa.
Inoltre ha certamente legittimità ambientale un sistema che conteggi i
benefici legati alla conservazione per qualche altro decennio dell'anidride
carbonica racchiusa in una partita di legno riutilizzata per costruire, ad
esempio, mobili».
Un altro problema che sta diventando sempre più evidente è infine la
rarefazione della materia prima necessaria ad alimentare le industrie del
riciclo. Un processo rafforzato dalla pressante richiesta del mercato cinese
che, nella sua velocissima espansione, risucchia materiali da tutti i
mercati. Ad esempio, per quanto riguarda l'acciaio, la Cina, primo
produttore mondiale con 220 milioni di tonnellate, aumenta la sua capacità
produttiva al ritmo di 25 30 milioni di tonnellate l'anno (più della
produzione italiana) e per sostenere la corsa compra il rottame di ferro e
il coke in tutto il mondo facendo schizzare i prezzi alle stelle.