| VENT'ANNI FA LA STRAGE DI BHOPAL (da ansa.it) | |||||||||||||
NEW DELHI - Bhopal, una ferita dimenticata
ma certo non rimarginata: a venti anni dalla micidiale fuga di gas
dagli impianti della Union Carbide nella citta' indiana, riemerge da
lunghi silenzi il ricordo del piu' grave incidente industriale della
storia, che ha provocato finora oltre 20 mila vittime, secondo un
rapporto di Amnesty International.Il 3 dicembre 1984 verso mezzanotte e mezza, circa 40 tonnellate di gas tossico (27 di isocianato di metile e 13 di composti per l'insetticida Sevin) fuoriuscirono dai serbatoi di stoccaggio l'industria di pesticidi di Bhopal dell'americana Union Carbide (UCC), acquisita in seguito dalla societa' Dow Chemical. Cosi' ricorda Bhopal in quella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1994, Sanjoy Hazarika, oggi giornalista e scrittore di fama e allora giovane reporter spedito in tutta fretta a 'coprire' l'avvenimento: ''...nell' ospedale di Haamidia ogni centimetro di spazio era occupato da malati...Nel reparto di emergenza una dozzina di bambini cercavano a fatica di respirare, con la disperazione negli occhi... La stessa disperazione era dipinta sui volti di medici e infermieri... perche' nessuno sapeva come curare le malattie provocate dalla nuvola di gas...''. Circa 2.000 persone morirono prima del sorgere del sole. Amnesty International, nel suo rapporto intitolato 'Bhopal: una catastrofe in termini di diritti umani', afferma che nei primi tre giorni che seguirono la catastrofe morirono tra le 7 mila e le 10 mila persone, mentre il bilancio fino ad oggi e' complessivamente di '20 mila persone che hanno perso la vita e di 100 mila che soffrono di malattie croniche'. L'ultimo bilancio ufficiale indiano risale al 1985 e parla di poco piu' di 7.500 morti in tutto, ma il Consiglio indiano per la Ricerca ha ufficialmente affermato che tra le 520 mila persone intossicate dalla nube quella notte, tra le 50 e le 70 mila hanno subito danni permanenti. L'organizzazione
internazionale a difesa dei diritti dell'Uomo afferma che ''la fuga di
gas dallo stabilimento contamino' e continua a danneggiare i diritti
fondamentali degli abitanti delle aree intorno alla citta'
industriale''. ''Curiosamente - si legge ancora nel rapporto - nessuno
e' stato ritenuto responsabile della fuga di gas tossico e delle sue
drammatiche conseguenze''.Il presidente della Union Carbide, Warren Anderson, fu accusato di negligenza e incolpato della tragedia. Dopo due anni, coinvolto nello scandalo e nelle polemiche che ne derivarono, scappo' dall'India e si ritiro' in Florida. Su di lui pendono tuttora denunce di organizzazioni ambientaliste ma soprattutto un mandato di cattura internazionale. Ed e' solo di qualche mese fa la notizia che gli Stati Uniti hanno rifiutato la richiesta per la sua estradizione, anche se il Governo americano ha tenuto a precisare che e' stata negata solo per problemi burocratici. Nel rapporto, Amnesty sottolinea poi che le imprese responsabili del sito ''rifiutano di comparire davanti al tribunale indiano'' e che la ''UCC fu responsabile di una serie di incidenti prima della fuga di gas''. Conclude poi che le autorita' indiane ''non hanno adottato le giuste misure per proteggere la popolazione prima e dopo la catastrofe''. Nel luglio scorso la Suprema Corte indiana ha stabilito di dare finalmente inizio, a partire dal 15 novembre scorso, alla distribuzione del denaro dovuto a titolo di risarcimento ai sopravvissuti alla strage e alle famiglie delle vittime, una somma totale di circa 350 milioni di dollari. All'indomani della strage, la Union Carbide, l'azienda americana proprietaria della fabbrica in cui avvenne l'esplosione che provoco' la catastrofe, aveva sborsato, a titolo di risarcimento, circa 470 milioni di dollari, ma solo una piccola parte di questi soldi era poi stata effettivamente distribuita. La maggior parte del denaro, infatti, era rimasta bloccata nelle casse della Banca nazionale indiana, in attesa che le competenti autorita' si pronunciassero sulla legittimita' delle richieste di risarcimento pervenute e sulle modalita' di distribuzione del denaro. Decisioni che sono state attese per vent'anni. Solo ora, con la pronuncia della Suprema Corte, questo ulteriore denaro puo' finalmente essere distribuito. La Corte, tra l'altro, ha anche respinto la tesi della Commissione statale del welfare, secondo la quale la distribuzione del denaro non avrebbe dovuto avere inizio prima di terminare l'esame delle 11.000 domande di risarcimento ancora in sospeso. E' stato tuttavia deciso di accantonare una piccola parte della somma da destinare, in un secondo momento, a soddisfare quelle domande che, tra queste undicimila, verranno accolte. Molto
probabilmente ad accelerare la decisione della Corte hanno anche
contribuito le numerose proteste della gente, stanca di aspettare
ormai da vent'anni il riconoscimento di un suo diritto. Numerose le
manifestazioni che, soprattutto in questi ultimi mesi, si sono svolte
nelle principali citta' indiane. L'ultima solo un paio di giorni fa,
quando centinaia di persone, soprattutto donne, per la maggior parte
vedove di uomini che lavoravano nella fabbrica della Union Carbide e
morti durante la strage, si sono recate dinanzi al Parlamento indiano
a New Delhi proprio per sollecitare lo sblocco della situazione.
Alcuni dei sopravvissuti al disastro, tempo fa, avevano intrapreso uno
sciopero della fame per protestare contro una giustizia, che, almeno
fino ad oggi, sembrava non dover mai arrivare. ''Il Governo indiano
non deve tradire il proprio popolo e permettere a chi ha causato
questo disastro di passarla liscia - aveva dichiarato
Ananthapadmanabhan Ananth, direttore di Greenpeace India, nel corso
delle proteste a Delhi - le vittime attendono ancora un risarcimento
adeguato per i danni sofferti''.Pare che ancora oggi moltissimi siano, a Bhopal e dintorni, i malati cronici, che hanno subito menomazioni o contratto malattie a causa degli effetti dannosi provocati sull'ambiente da quella nube tossica, che ha contaminato anche acque e terreni, ancora oggi non del tutto purificati. Le falde acquifere della zona risultano ancora fortemente contaminate e molti sono ancora i rifiuti tossici abbandonati. |
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| © Copyright ANSA Tutti i diritti riservati | 30/11/2004 18:45 | ||||||||||||
| Bhopal vent'anni dopo. 555 dollari per il silenzio (da corriere.it) | |||||||||||||
Venticinquemila rupie per smettere di lamentare cecità, nausee, vomiti e fitte al petto. Per lasciare che il mondo dimentichi il nome di Bhopal e le cifre mai precisate della strage. Tra i sedicimila e i trentamila morti, mezzo milione di superstiti malconci, 150 mila coi polmoni sfiniti e gli occhi cauterizzati dalla grande ustione chimica. E nessun processo per stabilire come sia accaduto. Arman, Raju e Ajju, classe 1984 come la fuga di 40 tonnellate di gas, sono amici d’infanzia, cresciuti insieme nelle strade di terra battuta e pozzanghere di Congress Nagar, il quartiere musulmano a sud del vecchio stabilimento. Il destino loro e del vicinato quella notte tra il 2 e il 3 dicembre fu deciso dal vento che inseguì i fuggitivi verso meridione, con la sua nube carica di isocianato di metile, lo sterminatore di parassiti campestri, implacabile ingrediente di una miscela brevettata dalla Union Carbide col marchio «Sevin». L’efficacia collaudata sugli insetti nei laboratori della Virginia occidentale diventò evidente, senza microscopio, ingigantita a misura d’uomo in India. Non erano cocciniglie e pidocchi a contorcersi nell’erba e nell’asfissia. Donne, uomini, bambini soffocavano nel loro sangue e nel loro vomito, bruciavano senza fuoco. Minuti, ore, giorni, mesi, anni: l’agonia si rivelò di proporzioni variabili. Proprio quanto le stime del disastro, delle conseguenze e delle responsabilità. E dell’impennata di tumori. Vent’anni di congetture, che ad Arman, Raju e Ajju non interessano granché: vogliono solamente 555 dollari e spiccioli ciascuno, al più presto. «Perché senza quei soldi non possiamo far nulla» dice Arman, il più loquace del terzetto, accovacciato sul pavimento di casa accanto al padre, Feroz, venditore di farina, che dorme avvolto in una vecchia coperta. Per i loro 1.666 dollari e rotti, i tre ragazzi hanno piani precisi e comuni: «Prima cure mediche private e poi il business». Il business? «Sì, un negozio. O un’altra attività, che ci permetta di farci anche una famiglia». Con una ragazza di Bhopal? «Quelle di fuori sono più sane - parla chiaro Arman, con un guizzo astuto negli occhi -. Molte ragazze qui invecchiano senza un marito. A meno che siano molto belle e molto ricche».
Non sono pochi soldi, ma si dissolvono subito nelle mani inesperte dei poveri, se arrivano a destinazione. E’ già successo con la prima rata, anticipata dal governo indiano tra il 1991 e il ’96: «Molti si sono comprati il televisore o sono stati spogliati dagli avvocati» racconta Rachna Dhinagra, portavoce della Campagna Internazionale Giustizia per Bhopal. Ora che la Corte Suprema indiana ha sbloccato i 327 milioni di dollari depositati dalla Union Carbide per 566 mila vittime, si cerca di scongiurare lo sperpero: «Stiamo organizzando gruppi di assistenza finanziaria - annuncia Rachna -, suggeriamo di investire in azioni delle Poste indiane, che rendono il 9 per cento, o di costruire una casa con pannelli a energia solare». Nata 26 anni fa a Delhi e cresciuta per 21 a Detroit, Rachna ha abbandonato una carriera di consulente informatica in un’azienda americana quando ha scoperto che la sua prima cliente sarebbe stata la Dow Chemicals, il colosso che aveva assorbito la Union Carbide. E’ tornata in India e ora lavora alla Sambhavna Gynecological Clinic for Survivors, il Day hospital fondato dallo scrittore Dominique Lapierre con i diritti d’autore dei suoi successi: «La città della gioia», «I mille soli» e, naturalmente, «Mezzanotte e cinque a Bhopal». Lapierre è arrivato ieri sera, trionfalmente accolto dall’armata di superstiti e attivisti. Le portabandiera sono due cinquantenni, Rashida Bee e Champa Devi Shukla, che hanno brandito minacciosamente le loro scope sotto le sedi della Dow Chemical di mezzo mondo, finché non hanno spuntato i risarcimenti. Contente? «No, vogliamo che i dirigenti della Dow vengano qui, in ginocchio - risponde Rashida -. Ci riusciremo. Devono ripulire la fabbrica abbandonata». Le scorie tossiche sono filtrate nel sottosuolo, hanno raggiunto la falda freatica, che disseta 14 comunità nel raggio di due chilometri: «Ventimila persone si stanno avvelenando giorno dopo giorno», Rachna cita analisi e studi concordi. La battaglia legale continua, come la tosse, come la contaminazione, come le marce e gli scioperi della fame. Perché continua a uccidere anche il killer, evaso a mezzanotte e cinque del 3 dicembre 1984, da un sistema di sicurezza governato al risparmio. Un killer che, da vent’anni, non fa differenza fra uomini e pidocchi. Elisabetta Rosaspina
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