da ed.ambiente.it
Manuale delle impronte ecologiche
Quando venne pubblicato, agli inizi del 1996, L'Impronta Ecologica suscitò
un profondo interesse nei lettori, proponendo un nuovo e stimolante modo di
misurare e comunicare la sostenibilità. Oggi l'Impronta non è più una
semplice teoria accademica, ma uno strumento con innumerevoli applicazioni
pratiche, di cui si parla in più di 4000 siti web, in documenti ufficiali
dei governi e perfino nel linguaggio pubblicitario.
L'Impronta Ecologica è un metodo pratico che permette di visualizzare in
termini di superficie il nostro impatto sull'ecosistema terrestre e, dunque,
di capire se eccede quanto la natura può supportare sul lungo termine e
individuare i punti su cui intervenire per diminuire il nostro "peso"
sull'
ecosistema terrestre.
Un'idea di successo, che ha avuto tali sviluppi da indurre Mathis
Wackernagel - che con William Rees aveva elaborato l'idea iniziale - a
rimettere un po' d'ordine nella teoria dell'Impronta Ecologica, tornando a
puntualizzare i principi su cui si fonda questa metodologia.
Non solo: questo nuovo volume - realizzato con la collaborazione di Nicky
Chambers e Craig Simmons, che sulle applicazioni dell'Impronta hanno creato
la loro società di consulenza - si propone anche come manuale pratico,
offrendo un'ampia casistica di utilizzo del metodo dell'Impronta Ecologica
alle scale più diverse, dalle nazioni alle città, dalle attività economiche
ai singoli prodotti.
Nicky Chambers e Craig Simmons hanno fondato e dirigono Best Foot Forward,
importante società di consulenza ambientale in Gran Bretagna.
Mathis Wackernagel, già ricercatore presso la University of British
Columbia, Canada, è attualmente dirigente di Redefinig Progress negli Stati
Uniti e coordinatore del Centro Studi sulla Sostenibilità in Messico.
Alcuni interrogativi sull'Impronta Ecologica
di Nicky Chambers, Craig Simmons, Mathis Wackernagel
Qual è il vantaggio di aggregare diversi impatti ambientali in un unico
indicatore?
Con un indicatore aggregato come l'Impronta Ecologica è più semplice
analizzare la relazione che intercorre tra le diverse funzioni ecologiche e
l'interazione delle diverse pressioni esercitate sulla natura, come la
perdita di biodiversità, le erosioni, la scarsità d'acqua, l'accumulo di
CO2.
Gli autori hanno ribattezzato questo stato di cose "effetto coperta
corta":
quando di notte abbiamo freddo alla testa, tendiamo a tirarci la coperta sul
viso; ma a quel punto i piedi restano fuori e si raffreddano.
In modo analogo, nel momento in cui l'impronta supera la capacità ecologica
le attività umane cominciano a competere per lo spazio ecologico; e ridurre
la pressione su un determinato ecosistema significa semplicemente spostarla
su un altro.
Ad esempio, l'incremento degli allevamenti ittici mirato a superare il
problema dell'impoverimento degli stock marini richiede a sua volta maggiore
spazio per produrre il mangime (più mare per i pesci di bassa qualità e più
terreno coltivabile). O, ancor peggio, un impatto potrebbe via via
aggravarne un altro: il disboscamento fa diminuire l'umidità di una zona e,
di conseguenza, la produttività degli ecosistemi circostanti.
L'Impronta non è uno dei tanti arbitrari indici di sostenibilità?
Tutt'altro. L'Impronta Ecologica è basata sulla misurazione degli "interes-
si" forniti dalla natura: e cioè le risorse che la natura può generare in
modo rinnovabile e l'inquinamento che è in grado di riassorbire.
L'analisi dell'Impronta Ecologica riconosce la capacità limitata del pianeta
e fornisce una chiara indicazione della quantità di natura che abbiamo a
disposizione e di quanta ne stiamo attualmente utilizzando. L'Impronta è,
inoltre, coerente con le leggi fondamentali della termodinamica (.).
L'Impronta non è un po' troppo semplicistica?
Creare modelli idonei alla complessità dei sistemi ecologici mondiali
sarebbe senza dubbio l'ideale, ma questo non solo non è possibile, ma
nemmeno necessario per gran parte degli obiettivi da raggiungere.
L'Impronta Ecologica è di certo uno dei modelli più semplici per descrivere
l'uso della natura da parte dell'uomo, ma si tratta di un modello che serve
a uno scopo ben preciso. Essenzialmente, l'Impronta Ecologica è uno
strumento di pianificazione che serve a comprendere e a gestire più
efficacemente i limiti ecologici. Per essere efficace, uno strumento di
pianificazione non deve per forza essere sofisticato: meglio che sia di
facile comprensione. In questo senso, l'Impronta svolge il ruolo di "minimo
comune denominatore" per la comprensione delle funzioni della natura.
Qual è il vantaggio di una semplificazione così radicale?
È un modello che incoraggia una più efficace comunicazione fra visioni del
mondo opposte. Nell'esperienza degli autori, le premesse semplici alla base
dell'Impronta Ecologica vengono accettate da persone molto diverse fra loro,
e rappresentano pertanto un buon punto di partenza comune per il dibattito.
L'Impronta Ecologica si rivolge a coloro che credono nella dipendenza
dell'uomo dalla natura e nella necessità di salvaguardare le capacità
ecologiche per garantire la sopravvivenza degli uomini, ma è altrettanto
significativa per chi ritiene che le attività economiche siano alla base
della ricchezza e che soltanto una costante crescita economica possa
garantire la pace sociale.
In altre parole, l'Impronta è un punto d'incontro che incoraggia persone
diverse a intraprendere un viaggio comune. Inoltre, sebbene il concetto e la
rappresentazione dell'Impronta siano semplificati, il metodo e i calcoli da
cui tali indicatori derivano possono essere tanto dettagliati quanto i dati
a disposizione e l'impegno umano lo consentono.
L'Impronta fornisce una stima precisa dell'impatto umano?
Proprio perché l'opinione pubblica sia in grado di accettarle, le Impronte
non esagerano la gravità della situazione ecologica e forniscono, piuttosto,
una sottostima dell'effettivo impatto umano sulla terra.
Nonostante le sistematiche sottovalutazioni, i calcoli dell'Impronta
Ecologica mostrano che l'umanità utilizza più di quanto la biosfera sia in
grado di rigenerare. Inoltre, nella maggior parte delle valutazioni
utilizziamo dati ufficiali: non perché siano i più affidabili, ma per
mostrare che quando le statistiche ufficiali sono interpretate da un punto
di vista ecologico emergono nuove conclusioni molto significative.
Non abbiamo bisogno di uno strumento più preciso per le politiche
gestionali?
Una maggior precisione è sempre auspicabile, ma il più delle volte mancano
gli elementi. Gli autori invitano i governi e gli altri enti coinvolti a
raccogliere i dati che sarebbero necessari per condurre analisi più
dettagliate dell'Impronta Ecologica. Al tempo stesso, sono consapevoli dei
rischi della "paralisi da analisi": non è necessario ritardare l'azione
elaborando gli impatti fino al quinto decimale se già sappiamo che il
problema esiste.
PIL e GPI (Genuine Progress Indicator)
di Nicky Chambers, Craig Simmons, Mathis Wackernagel
Il PIL viene spesso utilizzato come indicatore della qualità della vita
(secondo gli autori di questo libro in modo del tutto fuorviante). In
effetti il PIL dice molto sul livello dei consumi, ma riesce a dire qualcosa
anche sul benessere umano? Ne dubitiamo. Conteggiando solo le transazioni
monetarie, il
PIL trascura in larga misura i bisogni essenziali delle persone, come ad
esempio alcuni servizi prestati in modo assolutamente gratuito: si pensi al
prendersi cura dei bambini e degli anziani, al cucinare, al pulire o alle
attività di volontariato civile. Inoltre, il PIL ignora il valore del tempo
speso nelle attività ricreative, nel tempo libero e nell'impegno sociale.
Ancora, il PIL non considera il contributo economico fondamentale fornito
dall'ambiente naturale, in termini di aria e acqua pure, suoli produttivi,
benefici climatici, protezione dalla radiazione solare nociva, né considera
la perdita di risorse naturali impiegate per la produzione di beni e
servizi. Per esempio, nella logica economica l'estrazione di legno
"stagionato" dalle foreste di sequoie costituisce un valore aggiunto
per il
mercato del legno.
Il PIL non discrimina fra transazioni monetarie che effettivamente
potenziano il benessere e quelle che invece lo riducono, fra quelle che
tendono a conservare lo status quo e quelle mirate a porre rimedio a
situazioni degradate. Molto di ciò che concorre alla crescita economica
viene vissuto da buona parte delle persone come perdita" piuttosto che come
"guadagno". Il PIL considera come profitti economici i crimini, i
divorzi,
le parcelle legali e gli altri sintomi di crisi sociale. Per valutare
l'inadeguatezza del PIL come misura di reddito sostenibile, si è tentato di
contabilizzare la perdita di capitale (naturale o prodotto dall'uomo) e le
spese sostenute per lo svantaggio sociale utilizzando varie tecniche di
valutazione ambientale.
In questa materia il risultato forse più significativo è stato conseguito da
Herman Daly, John Cobb e Cliff Cobb, che nel 1989 elaborarono una nuova
misura chiamata "Index of Sustainable Economic Welfare" (ISEW).
Nel 1994, con l'aiuto di Cliff Cobb, il gruppo di attivisti denominato
"Redefining Progress" (Ridefinire il progresso) sviluppò
ulteriormente
l'ISEW, che diventò così "Genuine Progress Indicator" (GPI).
Una fondamentale lacuna del PIL (che i conteggi del GPI invece correggono) è
l'incapacità di distinguere fra transazioni che aumentano o diminuiscono il
benessere. In buona sostanza il PIL si riduce a essere un'espressione del
volume complessivo d'affari, che somma le spese alle entrate anziché
sottrarle. Al contrario, il GPI punta esclusivamente al calcolodei benefici
ed è in grado di discriminare fra transazioni economiche positive e negative
(in termini di percezione da parte delle persone), oltre che tra i costi di
produzione dei benefici economici e i benefici stessi.
Il GPI somma il valore dei prodotti e dei servizi consumati a prescindere
dal fatto che generino o meno un passaggio di denaro. Per esempio, vengono
compresi il lavoro domestico, la cura dei figli, il volontariato. Inoltre
sottrae le uscite che non incentivano il benessere (le spese per la
protezione da crimini, incidenti stradali e inquinamento) o i costi sociali
come quelli che derivano da divorzi, crimini e riduzione del tempo libero;
infine la svalutazione dei beni ambientali e delle risorse naturali, in cui
rientrano la perdita di terre coltivabili e di zone umide e foreste mature,
oltre ai danni indotti dall'inquinamento e dai rifiuti. Rispetto agli USA,
il GPI evidenzia ciò che le persone già percepiscono: il guadagno economico
netto non è in aumento, come emerge dal PIL, ma in declino.
Benché il GPI possa riassumere in una cifra diversi elementi chiave, in
realtà ha due limiti fondamentali.
Innanzitutto confonde le sfide sociali e quelle ambientali che si
frappongono al raggiungimento della sostenibilità, mentre quest'ultima
richiede qualità della vita per tutti e sussistenza entro i limiti della
natura, senza che i due trend entrino in competizione fra loro. Inoltre,
invece di fornire una misura diretta dei fattori che concorrono a
determinare una situazione, il GPI traduce ogni cosa in denaro. Ciò
preclude, proprio per la natura astratta del denaro, la possibilità di
riconoscere la complessità di molti servizi sociali e ambientali di base. Il
valore fluttuante delle valute dipende più dai capricci dei mercati che
dalla salute dell'ambiente e della società. Dunque il GPI non può esprimere
con facilità quanto ci si trovi vicini (o lontani) a una condizione di
sostenibilità. In ogni caso, il denaro è la lingua franca del mondo
industrializzato, e visto che gli indici complessivi come il Dow Jones e il
PIL ricevono tutta l'attenzione che sappiamo, usarne uno che definisce in
modo più realistico il benessere delle persone segna comunque un passo nella
giusta direzione. Sollecitare il mondo produttivo ad aprire le porte alla
sostenibilità è un'operazione utilissima perché, viceversa, quelle porte
resterebbero saldamente sbarrate.
Il Genuine Progress Indicator (GPI)
Vantaggi
o utilizza un'unità di misura facilmente comprensibile;
o aggrega tutto in un singolo indicatore;
o i confronti fra paesi e periodi diversi sono semplici;
o possiede un potenziale comunicativo molto efficace.
Svantaggi
o quando vengono formulati quesiti sbagliati* non è in grado di orientare
adeguatamente la politica;
o dà l'impressione di essere una misura oggettiva;
o confonde sfide sociali e ambientali; non tiene nel conto dovuto il futuro;
o dipende da metodi di valutazione che non producono risultati
confrontabili.
* (come nel caso del PIL: "quanto denaro cambia mano?"; contrariamente
al
più significativo quesito del GPI: "quali sono i benefici per le
persone?")
I pro e i contro della metodologia dello Spazio Ambientale
di Nicky Chambers, Craig Simmons, Mathis Wackernagel
Lo "spazio ambientale" è una metodologia che mira al raggiungimento
della
sostenibilità. Si tratta di una serie di indicatori del consumo di risorse,
proposta per la prima volta da Johan Opshoor e sviluppata in seguito
dall'associazione Friends of the Earth. Oltre a mostrare lo stato delle
cose, ognuno di questi indicatori è collegato a un parametro ("benchmark"),
cioè a un preciso valore di riferimento in termini di sostenibilità. In
altre parole, questo è uno dei pochi approcci che non solo documenta la
quantità di capacità ecologica utilizzata dalle persone, ma anche le
quantità che dovrebbero essere utilizzate in un mondo sostenibile.
Si tratta essenzialmente di un approccio "distanza dal bersaglio", in
cui
l'uso sostenibile di risorse chiave viene definito sotto forma di obiettivo
globale di sostenibilità. Una volta definito lo "spazio ambientale"
relativo
a queste risorse chiave, esse vengono espresse come quote pro-capite
globali, in linea con una serie di "principi di equità" dello
sviluppo
sostenibile.
Ad esempio, supponendo che per mantenere la stabilità climatica fino al 2050
sia stato fissato un obiettivo globale di emissioni di CO2 pari a 11,1
gigatonnellate e che la popolazione nel 2050 sia di 9,8 miliardi, lo
"spazio
ambientale" pro-capite di energia è di 1,1 tonnellate l'anno. Oggi la
produzione pro-capite di CO2 nel Regno Unito si aggira intorno a 9
tonnellate, il che implicherebbe una riduzione delle emissioni del paese
intorno all'85%. A oggi gli Amici della Terra hanno portato a termine
calcoli simili relativamente ai materiali da costruzione, i metalli, il
terreno e il legname.
Il concetto di spazio ambientale ha molti aspetti positivi, dal saper
evidenziare i problemi relativi alle "quote legittime" e all'accesso
equo
alle risorse fino all'esprimere efficacemente le implicazioni
"pro-capite"
dell'applicazione di politiche di protezione ambientale globale.
Esso ha, tuttavia, anche alcuni punti deboli. Un'analisi approfondita dei
punti di forza e dei difetti dello spazio ambientale è fornita in The
Concept of Environmental Space, di John Hille.
Passiamo ad analizzare brevemente alcuni di questi problemi. Innanzitutto,
invece di essere un indicatore in grado di aiutare a definire obiettivi
globali, si basa su uno "stato di sostenibilità" predefinito e su
stime
predeterminate dello spazio ambientale che potrebbero essere considerate
soggettive. Ad esempio, l'obiettivo di spazio ambientale globale relativo al
cloro è fissato a zero e si chiede quindi l'eliminazione graduale ma
completa dei fertilizzanti chimici.
In secondo luogo, lo spazio ambientale tiene in scarsa considerazione le
interazioni fra diversi tipi di risorse. Gli obiettivi di spazio ambientale
per i minerali non combustibili sono basati su un lavoro completo e
dettagliato relativo all'intensità di materiale per unità di servizio
(Material Intensity Per Unit of Service, MIPS), condotto da Schmidt-Bleek
presso il Wuppertal Institute.
Gli obiettivi sono fissati a una riduzione del 50% dell'input di materiale.
Come evidenzieremo in seguito, la metodologia MIPS non tenta nemmeno di
confrontare le conseguenze legate a input di materiali diversi, ma si limita
a considerare il flusso totale di materiali all'interno di una determinata
attività economica come misura del danno ambientale. Ad esempio, il
contributo di una riduzione del 50% nel consumo globale di alluminio
rispetto all'eco-sostenibilità potrebbe essere notevolmente maggiore di una
riduzione del 50% nel consumo di acciaio. D'altra parte, il problema di come
"sommare le pere alle mele" quando si considera l'impatto ambientale,
è del
tutto ovvio. Analogamente, questo approccio definisce un obiettivo di spazio
ambientale relativo al terreno coltivabile, alle zone boschive e al terreno
da costruzione, ma non tenta di stabilire alcuna relazione fra usi diversi
di quella che è essenzialmente la stessa risorsa. Senza una visione generale
di problemi come l'uso del territorio, non è possibile applicare questo
metodo per sviluppare efficaci scenari di sostenibilità. Come avviene con
alcuni altri indicatori, si rischia di contare due volte alcuni tipi di
impatto, creando un'immagine fuorviante.
(.) In terzo luogo, il concetto di spazio ambientale utilizza un approccio
"dall'alto verso il basso" e, per quanto si riveli talvolta utile nel
guidare le decisioni politiche a livello nazionale e globale, non si presta
a farci capire le conseguenze ambientali dei nostri comportamenti
quotidiani. Perché gli obiettivi dello Spazio Ambientale acquistino
significato agli occhi del singolo, essi dovrebbero essere espressi in forma
di rapporto tra attività svolta e equità misurando gli impatti secondo
l'approccio del ciclo di vita. Si pensi ad esempio a quanto può risultare
equa la quantità di terreno di cui ci si appropria mangiando una banana! In
quarto luogo, è molto difficile definire i confini usati per determinare gli
obiettivi di sostenibilità, e si tratta ancora una volta di un problema ben
noto. In Towards Sustainable Europe (Friends of the Earth Europe, 1995),
mentre gli obiettivi di spazio ambientale relativi alle risorse minerarie
vengono definiti a livello globale (basandosi sul fatto che i minerali sono
una risorsa commercializzata globalmente), gli obiettivi relativi ai
prodotti agricoli vengono invece determinati per singolo continente, fatto
che rende problematico considerare i problemi di equità globale in modo
coerente.
Lo Spazio Ambientale
Vantaggi
o Stabilisce obiettivi di sostenibilità rispetto a diversi orizzonti
temporali;
o Trasmette concetti ed esempi reali di equità e giustizia distributiva;
o È utile per i decisori a livello nazionale nella definizione di obiettivi
e nella verifica del relativo avanzamento.
Svantaggi
o Gli obiettivi vengono stabiliti sulla base delle "migliori stime" e
non
sempre tengono in considerazione le caratteristiche di materiali diversi;
o Non esprime le interazioni fra l'uso di diverse risorse e la
sostituibilità dei materiali;
o Difficilmente ha un impatto sul singolo individuo.
Carrying capacity
di Nicky Chambers, Craig Simmons, Mathis Wackernagel
La filosofia che sta dietro all'analisi dell'Impronta Ecologica si basa sul
concetto di carrying capacity, ossia la capacità della Terra di sostenere la
vita. Si tratta di un'espressione coniata dai biologi per descrivere il
numero di animali di una data specie che un certo habitat può mantenere a
tempo indefinito. Un esempio è dato dagli allevatori, che devono sapere
quanti capi di bestiame possono pascolare sui terreni di loro proprietà;
oppure dai biologi della conservazione, che devono sapere il numero di cervi
che possono sopravvivere in una foresta di una determinata estensione.
Per molti anni si è evitato di applicare il concetto anche agli esseri
umani. Alcuni hanno anche argomentato che gli uomini, diversamente da buoi e
cervi, possono plasmare l'ambiente in base alle proprie esigenze e
incrementare la sua carrying capacity. È certamente così.
Prima dell'avvento dell'agricoltura moderna, ad esempio, è stato stimato che
per il proprio sostentamento un singolo cacciatore-raccoglitore dovesse
cercare foraggio su un territorio di oltre 100 ettari. Attualmente,
l'agricoltura intensiva ha aumentato la resa, al punto che un'area
coltivabile di pari superficie potrebbe sfamare circa 1000 persone all'anno,
anche se a un livello minimo di sussistenza e con una dieta ristretta.
Se accettiamo che esistano limiti naturali alla capacità rigenerativa del
pianeta (e l'evidenza indica che uno alla volta tali limiti sono stati
raggiunti e superati dall'incremento demografico), allora gli interrogativi
che dobbiamo porci con urgenza sono: o di quanto dobbiamo aumentare la
produttività dei sistemi naturali per tenere testa all'aumento dei consumi e
della popolazione?
o è possibile produrre di più senza incidere sulle possibilità di
sussistenza delle generazioni future?
o quale sarà l'impatto di tale intervento sulle altre specie?
Accettato che i principi della carrying capacity sono applicabili alla
popolazione umana, ne segue che molti andamenti tipici delle fluttuazioni
demografiche animali in alcune circostanze potrebbero ben applicarsi anche
all'umanità. Come nel caso di qualsiasi altra specie, è verosimile che
l'umanità stia superando la carrying capacity del suo ambiente, debilitando
quindi le potenzialità produttive della natura.
(.)
Forse l'analisi più completa della letteratura sulla carrying capacity
globale è quella effettuata da Joel E. Cohen.
Quante persone può sostenere la Terra? Una rassegna critica
Bisogna essere grati a Joel E. Cohen per aver dato spessore al fondamentale
problema della carrying capacitiy, anche se, sfortunatamente, non è arrivato
a risposte soddisfacenti.
Nell'ottica degli autori, proprio il fatto che la capacità ecologica può
essere sfruttata al di là dei suoi limiti sostenibili rende estremamente
preoccupanti gli attuali livelli di consumo (Wackernagel et al., 1999).
Negando la possibilità di un superamento dei limiti si nega implicitamente
la possibilità di un collasso demografico (Dobkowski e Walliman, 1999).
Riguardo ad alcune delle stime più estreme di carrying capacity riportate da
Cohen, il semplice uso dell'analisi quantitativa può contribuire a demolire
le valutazioni più ridicole. Si considerino ad esempio i 1000 miliardi di
unità di popolazione massima sostenibile di Marchetti (1978). Questa cifra
può facilmente essere confutata attraverso banalissimi conti su dati FAO. Se
in un'ipotesi molto generosa assumiamo che l'area ecologicamente produttiva
resti come ora (ovvero circa 10,3 miliardi di ettari), ciò si traduce in
circa 100 metri quadrati per persona, assegnando 3 metri quadrati di spazio
per vivere.
Oggi un ettaro di terra arabile può produrre in media circa 2.800 kg di
cereali all'anno (senza considerare il fatto che una resa simile è possibile
solo attraverso un ingente impiego di fertilizzanti). Ma la terra arabile è
quella più fertile, e arriva ad essere fino a tre volte più produttiva della
media dei suoli bioproduttivi. Questi generici 100 mq di terreno disponibile
procapite sarebbero quindi in grado di fornire un raccolto annuo di soli 10
kg di cerealiOgni chilogrammo di cereali contiene circa 13.000 kilojoule di
energia nutrizionale, pari al 30% in più del fabbisogno calorico quotidiano
di un uomo medio.
Assumendo un consumo diretto senza nessuna perdita fra i coltivi e la
tavola, una popolazione di 1000 miliardi di persone potrebbe assicurarsi la
sussistenza per soli 13 giorni all'anno, senza peraltro poter contare sulla
disponibilità di legname per costruire case, di energia per riscaldarsi
(salvo una piccola quota procapite di paglia), di fibre per vestirsi, di
spazi per la conservazione delle specie selvatiche e di qualsiasi altro
servizio ecologico che richieda "territorio". (.)
Riprendendo i dati proposti nell'ampia rassegna messa a punto da Cohen, gli
autori hanno incrociato le varie stime della carrying capacity con gli
andamenti demografici). I limiti superiori suggeriti denotano differenze
comprese in un intervallo piuttosto ampio: da un miliardo a un miliardo di
miliardi.
Come lo stesso Cohen rileva, alcune delle stime più alte sono basate su
assunti del tutto infondati oppure su un buona dose di caustico umorismo.
Due terzi di queste stime propongono limiti massimi di popolazione inferiori
ai 15 miliardi di individui.
(.)
Tutte le stime di carrying capacity globale dovrebbero contemplare una
soglia di health warning (allarme per la salute). Esistono molti fattori da
tenere in conto quando si definiscono questi limiti: Cohen sostiene che
"per
restituire credibilità alle valutazioni sulla carrying capacity umana, gli
scienziati devono comprendere meglio i quattro principali fattori che ne
sono alla base e le loro relative interazioni: popolazione, ambiente,
economia e cultura". E aggiunge che prima di tutto è necessario rispondere
a
quesiti del tipo "che cosa vogliono mangiare gli uomini?", "che
aspettative
hanno riguardo alla salute?", "dove vogliono vivere?", "come
vogliono
rapportarsi con le altre specie?". Si potrebbe addirittura sostenere che
non
ha alcun senso parlare di carrying capacity globale senza averne
preventivamente definito i termini. Le stime della carrying capacity non
variano solo a causa delle differenze di calcolo, ma anche per la grande
diversità degli assunti che vengono formulati: qualche volta sono chiari,
altre volte vengono costruiti secondo criteri e opinioni personali del
ricercatore.
Alcuni studi sono chiaramente basati su idee assurde. Per esempio, Marchetti
ha proposto di vivere su o città galleggianti, mentre Hardin ha fondato i
suoi calcoli sul presupposto che i nordamericani potrebbero ridurre i
consumi di energia al livello degli etiopi. Altri hanno completamente
trascurato le specie non umane o, in altri casi, hanno pronosticato
l'avvento di una qualche scappatoia tecnologica che permetterà un elevato
rendimento delle colture agricole, superando gli attuali problemi di siccità
e desertificazione. Queste incertezze inducono a reclamare ad alta voce un
quadro unitario di strumenti finalizzati a esplorare l'impatto umano sul
pianeta.
Contabilità della terra
di Nicky Chambers, Craig Simmons, Mathis Wackernagel
I calcoli dell'Impronta Ecologica si basano su due ipotesi precise:
1. Che si sia in grado di stimare con ragionevole accuratezza le risorse che
consumiamo e i rifiuti che produciamo.
2. Che questi flussi di risorse e rifiuti possano essere convertiti in una
equivalente area biologicamente produttiva, necessaria a garantire queste
funzioni.
Utilizzando l'equivalenza d'area, l'Impronta Ecologica mira a esprimere la
quantità di "interessi" maturati dalla natura di cui ci stiamo
appropriando.
Se lo spazio bioproduttivo richiesto è maggiore di quello disponibile,
possiamo ragionevolmente affermare che il tasso di consumi non è
sostenibile. Come vedremo, il metodo base dell'Impronta Ecologica fornisce
una valutazione conservativa degli interessi maturati dalla natura che
stiamo utilizzando. Poiché l'Analisi di Impronta Ecologica (EFA, Ecological
Footprint Analysis) utilizza una valuta di uso comune (l'area
bioproduttiva), è possibile aggregare un'ampia gamma di impatti per misurare
le Impronte di attività, oggetti e regioni. Il modello è cumulativo.
L'Impronta totale è determinata dalla somma di singole Impronte, ognuna
correlata a un certo quantitativo di risorse e di rifiuti, ma facendo
attenzione a non contare più volte gli impatti ambientali che potrebbero
coesistere all'interno dello stesso spazio bioproduttivo.
Si consideri, ad esempio, un pasto composto di agnello e riso. L'agnello
richiede una certa quantità di terra di pascolo, di spazio stradale per il
trasporto e di energia per lavorazione, trasporto e cottura. Allo stesso
modo, il riso richiede terra per essere coltivato, strade ed energia per
essere lavorato, trasportato e cotto. Un'analisi di Impronta Ecologica
dettagliata dovrebbe considerare tutti questi impatti ambientali (e
probabilmente altri) per arrivare a calcolare l'impronta totale.
Naturalmente, l'impronta non si esprime di solito sotto forma di un ben
preciso appezzamento di terra o di un terreno di tipologia o qualità
particolare. La globalizzazione del commercio ha aumentato la probabilità
che le aree bioproduttive necessarie per sostenere un consumo, almeno nei
paesi più ricchi, siano sparse per tutto il pianeta. Nel caso in cui il
pasto descritto nell'esempio sia consumato in Europa, è molto probabile che
l'agnello sia stato allevato nei pascoli della Nuova Zelanda e il riso sia
stato coltivato in Italia.
Tipologie di terra
Quando si effettua un'analisi dell'Impronta Ecologica, conviene distinguere
fra le seguenti categorie di spazio ecologico: terra coltivabile, terra a
pascolo, terra edificata o degradata, terra forestata e area di mare
produttiva. Queste tipologie sono state scelte perché riflettono le
categorie utilizzate dalle principali fonti di dati, e in particolare dalla
FAO. In certi casi è però possibile descrivere con un maggior grado di
dettaglio le diverse tipologie di terra, come quando si sviluppano progetti
a scala locale per i quali esistono studi più accurati del territorio. Le
principali categorie utilizzate nell'ambito dell'analisi dell'impronta sono
definite nel modo seguente:
o La terra coltivabile è, dal punto di vista biologico, la più produttiva.
Essa può generare il quantitativo maggiore di biomassa vegetale. È
utilizzata tipicamente per le coltivazioni principali, come il grano, i
tuberi e i legumi.
o La terra a pascolo è utilizzata principalmente per l'allevamento del
bestiame. È meno produttiva della terra coltivabile; inoltre, le efficienze
di conversione dalle piante agli animali riducono l'energia biochimica
disponibile per l'uomo di circa un fattore dieci (nonostante questo dipenda
dal prodotto animale in questione e dalle pratiche di gestione attuate).
o La terra forestata si riferisce alle foreste, coltivate o naturali, che
possono generare prodotti in legno. Naturalmente esse garantiscono anche
altre funzioni, come la prevenzione dei fenomeni di erosione, la stabilità
climatica, il mantenimento dei cicli idrologici e, se gestite correttamente,
la protezione della biodiversità. Per semplificazione espositiva gli autori
talvolta raggruppano la terra coltivabile, la terra a pascolo e la terra
forestata in un'unica categoria di "terra produttiva".
o Area di mare produttiva. Anche se la netta maggioranza della superficie
terrestre (più di 36 miliardi di ettari) è costituita da oceani, vale la
pena ricordare che la maggior parte della pesca destinata alla
commercializzazione (che è all'incirca il 90% della pesca complessiva)
avviene all'interno dei primi 300 km dalla linea di costa, ossia solamente
nell'8% della superficie marina (2,9 miliardi di ettari). E questo perché le
aree prossime alle coste sono le più produttive.
o La terra edificata è l'area in cui la capacità produttiva è stata in gran
parte persa a causa dello sviluppo (strade, edifici e altro). Il modello
degli insediamenti umani dimostra che si costruisce invariabilmente sui
terreni coltivabili, cioè i più produttivi.
o La terra destinata alla produzione di energia costituisce un'ulteriore
categoria che gli autori utilizzano per designare il territorio che sarebbe
necessario per una gestione sostenibile del nostro fabbisogno energetico. La
terra o la tipologia di terra può variare in funzione della politica
energetica. Ad esempio, si può fare fronte al rilascio di CO2 da
combustibili fossili riservando aree perpetuamente destinate a piantare
alberi che riassorbono le emissioni di carbonio. Tuttavia, la porzione di
foreste attualmente assegnata in modo specifico all'assorbimento di questo
inquinamento è irrilevante. Questa situazione potrà lentamente cambiare con
l'attuazione del Protocollo di Kyoto. Ma come notato in precedenza,
trattenere la CO2 in questo modo è, nel migliore dei casi, una soluzione a
breve termine. Più avanti verranno presentati dati relativi all'Impronta
Ecologica di una gamma più ampia di fonti energetiche, sia fossili che non
fossili.
o La terra destinata alla conservazione della biodiversità. È definita come
la terra necessaria ad assicurare la protezione dei circa 15 milioni di
specie del pianeta. Di questo si parlerà nella sezione successiva.
Tratto da: Manuale delle impronte ecologiche (Principi, applicazioni,
esempi)
di Gianfranco Bologna