Una domanda su Mumbai. Il movimento diventerà
adulto?
a Riccardo Petrella raccolta da Anna
Pizzo
CAMBIA IL CONTINENTE e la latitudine, non l'ispirazione. Il quarto Forum
sociale mondiale è sotto il segno al tempo stesso della continuità e
dell'incognita.
Anche perché, diciamolo con franchezza, mentre di Brasile e America latina
si sanno un sacco di cose, l'Asia, soprattutto in Europa, la conoscono in
pochi. E se a Porto Alegre le delegazioni asiatiche si potevano contare
sulla punta delle dita, le cifre della vigilia parlano di una stragrande
maggioranza di iscritti asiatici contro presenze europee, americane e
africane esigue.
Tra gli elementi di continuità dei Forum mondiali c'è anche il Consiglio
internazionale del quale fa parte, tra gli altri, Riccardo Petrella.
Proviamo, con lui, a fare qualche previsione su come andrà Mumbai e perfino
su come si concluderà.
«Se si guarda il programma - dice Petrella - credo non ci si possa
aspettare una forte innovazione rispetto a quelli precedenti. Chi pensa che
finalmente si ragionerà concretamente su cosa può fare il movimento e come
si può organizzare o su come debbano evolvere i forum mondiali, credo che
rimarrà deluso. Certo, si discuterà anche di questo ma il vero segno
positivo di Mumbai sarà il coinvolgimento dell'Asia, finora reso
praticamente impossibile dalle distanze tra Asia e Brasile. Una cosa non da
poco, che dà il senso della mondializzazione. Per il resto, a meno di non
venir smentito, cosa che mi auguro, non mi aspetto una presa di posizione
che renderà più incisiva la nostra azione politica».
Da tempo sostieni che bisognerebbe abbandonare l'idea dei forum mondiali
sempre più oceanici in favore di forum tematici meno numerosi ma più
approfonditi. Come si presenta quello di Mumbai?
C'è una certa ripetizione sui filoni di fondo: il liberismo, la guerra, la
pace, ecc, e anche se penso che a Mumbai emergeranno altri temi - le donne,
le religioni - temo che la prevalenza sarà tradizionale. Sono però convinto
che è arrivato il momento di impegnarci tutti di più e meglio ed è questa
la ragione per la quale non andrò a Mumbai mentre andrò, pochi giorni
prima, a Nuova Delhi al Pwwf [il parlamento popolare dell'acqua], il Forum
che Vandana Shiva organizza dal 12 al 14 gennaio.
Impegnarci di più, ma su quali temi?
Sono tre i punti a mio parere decisivi per il futuro del movimento globale.
La mia tesi è che il Forum sociale, forse perché i tempi non sono maturi o
non lo siamo noi, quel bambino di cui abbiamo parlato un anno fa che non
vuole diventare adulto, non si sta impegnando a costruire le alleanze
strategiche necessarie a realizzare alcuni obiettivi.
I tre punti ai quali Mumbai probabilmente non risponderà sono tre obiettivi
di fondo, essenziali alle nostre battaglie: il diritto alla vita, il
diritto a vivere insieme e la democrazia. Diritto alla vita vuol dire lotta
alla povertà e per i diritti di base che oggi sono spappolati, negati, come
il diritto all'acqua mostra chiaramente. Non dare risposte significa dare
la possibilità ai dominanti di imporre, anche a causa delle nostre
debolezze, l'idea che la povertà sia naturale e inevitabile.
Ecco perché i progressisti sostanzialmente accettano l'idea imposta dal
Millenium round per cui l'obiettivo a cui tutti dobbiamo tendere è ridurre
entro il 2015 della metà la povertà. Io non vedo, nel programma di Mumbai,
elementi sufficienti che mi facciano capire che stiamo andando in una
direzione diversa, non vedo una forza di mobilitazione in grado non solo di
denunciare ma anche di respingere la linea di chi si accontenta e accetta
che tre miliardi di persone siano povere e non abbiano accesso
all'educazione e all'acqua.
Viceversa, ritengo che potremmo organizzarci, studiare nuove strategie e
invece stiamo lasciando la lotta per il diritto contro la povertà e la
miseria solo alle azioni locali. Accettiamo il criterio della
localizzazione atomizzata delle battaglie per il diritto alla vita.
Ecco perché i dominanti rischiano di uscire vincenti: si sono impadroniti
delle nostre parole e del discorso della lotta alla povertà rovesciandone
il senso, e noi abbiamo accettato questo rovesciamento di senso. O almeno
molti tra di noi: penso ai cattolici, alle organizzazioni sindacali che non
fanno che ripetere che l'obiettivo è ridurre la povertà della metà.
Il secondo punto è il diritto di vivere insieme. Cosa intendi?
Intendo la nostra capacità di incidere e unirci nella battaglia per il
raggiungimento di determinati obiettivi. Insisto: stiamo perdendo il senso
e il significato delle parole, ce le stanno rubando. Parole come diritto
alla vita, lotta alla povertà stanno subendo un profondo slittamento
semantico. E siamo in difficoltà sul vivere insieme, come dimostra, ad
esempio, l'accettazione più o meno consapevole della logica della
competitività nel campo dell'istruzione.
Si considera più o meno normale parlare di competitività a proposito
dell'educazione, che non è più uno strumento per crescere e vivere insieme
ma un mezzo attraverso il quale l'economia nazionale valorizza il capitale
umano. E non vedo, nelle diverse componenti del Forum, una volontà coerente
e organizzata in grado di produrre una azione sistematica e globale di
lotta contro la competitività per vedere, ad esempio, come costruire una
scuola e una università libere dalla competitività.
A causa di questo appannamento abbiamo accettato di venire a patti con il
diritto di proprietà intellettuale, non si spiega altrimenti il
disinteresse attorno al vertice dell'Onu sull'informazione, il Wsis: solo
in pochi se ne sono curati e forse gli unici con un po' di grinta sono
stati dei giovanotti intelligentissimi di Linux e delle strutture aperte.
Sono loro che ci stanno permettendo di resistere contro il diritto di
proprietà intellettuale. Quelli del Forum mondiale cosa hanno fatto? Molto
poco.
Qualcuno lotta contro gli organismi geneticamente modificati, altri contro
l'esproprio delle foreste, altri contro i brevetti ma non siamo riusciti a
scalfine niente. Te lo immagini se invece centinaia di organizzazioni nel
mondo avessero elaborato, tutte assieme, un piano comune? A Mumbai c'è una
sfilza infinita di seminari su questi temi, ciascuno fa la propria
denuncia, ma una strategia comune non c'è.
Ecco perché dico che ci hanno rubato le parole chiave, come ad esempio
proprietà intellettuale, o solidarietà, rovesciandone il senso.
Terzo grande tema è la democrazia. Che investe immediatamente il tema della
guerra e della pace. Malgrado le grandi manifestazioni, temo che anche su
questo punto non ci sia un'idea di prospettiva. È possibile che investiamo
tante energie per fare iniziative senza riuscire a tradurle in azioni concrete?
Penso, ad esempio, che sarebbe bello fare una battaglia contro la perdita
di credibilità dei parlamenti. Ci hanno rubato i parlamenti e anche noi ci
siamo convinti che non servono più a nulla.
Continuiamo a ripetere che Porto Alegre è un modello, ma poi non ci
organizziamo a sufficienza per diffondere la democrazia partecipata.
Qualche piccolo esempio c'è, ma se ci avessimo lavorato seriamente da
quattro anni in qua sai quante cose avremo potuto fare per far cambiare i
livelli di partecipazione nei comuni o nelle regioni? Invece, anche noi
siamo stati accalappiati dalla logica della «governance», che è esattamente
la negazione della democrazia.
Ultimo esempio, l'acqua: senza voler essere pessimista o disfattista, ma
sto costatando che da un anno o più le cose non stanno procedendo. I
movimenti non sono ancora riusciti a organizzarsi in modo coerente.
Eppure, è uno dei pochi temi su cui c'è sensibilità e informazione e quando
parli dell'acqua ormai tutti ne capiscono le enormi implicazioni e può
essere un tema formidabile per la costruzione di una alternativa. È questa
la ragione per la quale vado a Nuova Delhi e non a Mumbai, per tentare di
studiare comuni strategie di azione. Altrimenti, ciascuno continuerà per
proprio conto con relativa efficacia, e fra vent'anni staremo ancora lì a
dire che deve esserci il diritto all'acqua per tutti.
Penso che ormai i Forum scontino una certa debolezza, anche teorica e
culturale, perché non siamo ancora capaci di sviluppare la nostra
interpretazione del mondo, l'altra narrazione.