L’edizione 2004 analizza le nostre modalità
di consumo, le motivazioni dei nostri consumi, e i riflessi che le nostre
scelte di consumo hanno sullo stato del pianeta e sulla qualità di vita delle
persone. Una serie di capitoli specifici sono stati dedicati al cibo,
all’acqua, alle energie, alle politiche del consumo, e anche a una
ridefinizione del concetto di benessere. La domanda: è possibile un mondo
caratterizzato da livelli di consumo nettamente inferiori a quelli attuali? La
risposta è in questo senso è molto chiara: non solo è possibile, ma è
anche necessario per la nostra sopravvivenza.
Il volume ci ricorda come il pianeta sia
spaccato in due. Da una parte la società dei consumi che comprende poco meno
di 2 miliardi di abitanti che consumano ogni giorno una enorme quantità di
risorse, intaccando le riserve energetiche mondiali, i bacini acquiferi, le
riserve ittiche degli oceani, generando al tempo stesso generazioni con tassi
sempre maggiori di obesi e di depressi. Dall’altra parte ci sono circa 3
miliardi di persone al di sotto della soglia di povertà, gravate da fame,
precarietà abitativa, malattie.
La società del consumo ha speso, nel 2000,
20 trilioni di dollari in servizi e beni privati: il quadruplo rispetto al
1960. Nel rapporto si legge che ricchezza e consumismo non sono affatto
proporzionali alla felicità, e si stima nella quota di 13 mila dollari la
soglia oltre la quale la felicità non cresce più anche se la ricchezza
aumenta. La maggior parte dei beni prodotti sono superflui e distruggono il
pianeta. Basti pensare che nel Paese più consumistico di tutti, gli Usa - che
rappresentano il 4,5 della popolazione mondiale ma il 25% delle emissioni di
biossido di carbonio - ci sono più automobili che individui con la patente
(un quarto di tutte le automobili del pianeta sono negli States). Ma i record
americani sono anche altri: 30 miliardi di dollari spesi ogni anno in
giocattoli; 48 nuovi capi a testa di vestiario, 478 milioni di t-shirts, 23
milioni di nuovi computer e 40mila chili di caviale acquistati negli ultimi 12
mesi, mentre 100 miliardi di sacchetti di plastica venivano buttati via. Il
primato più controverso riguarda forse i 30 miliardi di litri d'acqua usata
ogni giorno in Usa per irrigare i prati.
E’ significativo che questa sia la prima
edizione monotematica in trenta anni, scelta che, se ce ne fosse ancora
bisogno, identifica nei consumi la chiave di volta dell’intero sistema
globale, attraverso la quale possiamo ancora scegliere tra la catastrofe
ecologica, sociale e psicologica del pianeta, e un nuovo piano globale dei
consumi e degli stili di vita che restituisca dignità e futuro alle persone
così come all’ecosistema.
La ricetta c'è ed è già stata adottata da
Paesi come il Giappone, la Norvegia, la Danimarca, dove secondo il rapporto,
il tenore di vita è tra i più alti del Pianeta, nonostante la politica verde
dei rispettivi governi. Significa consumi collettivi, sviluppo delle economie
basate sulla reciprocità, riuso, allungamento della vita media di un
prodotto, riparazioni, forte disincentivo della mobilità motorizzata e
incentivo dell’uso della bicicletta come mezzo di trasporto metropolitano,
ma anche politiche fiscali che penalizzino i prodotti che viaggiano da una
parte all’altra del pianeta, ecotasse e un nuovo modello di impresa più
legato alle sue responsabilità sociali e ambientali.
Ma, esattamente in sintonia con i principi che ispirano Cunegonda Italia e tutte le iniziative di consumo critico, il rapporto ci ricorda che un ruolo cruciale spetta anche ai singoli: “milioni di consumatori, possono, tutti insieme, decidere come sarà il futuro del pianeta Terra, dall'acqua all'alimentazione, dall'energia alle foreste e all'inquinamento". E aggiungiamo noi: dalla libertà di informazione alla democrazia.
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