da La Nazione 08/09/2004
L'ANALISI - Franco Cardini
Gli errori dell'Occidente
Il dovere di capire per battere il terrore
Con la guerra lo abbiamo fatto dilagare
Lo "scontro di civiltà" giova a Bin Laden
Riflettere su episodi come quello accaduto or ora in Ossezia comporta un forte
disagio. A prevalere, e anche a imporsi come moralmente imperativi, sono i
sentimenti semplici e forti: l'orrore, l'esecrazione per chi ha provocato
l'atroce e assurda morte di centinaia di persone fra cui tanti bambini, la
solidarietà con le vittime innocenti e le loro famiglie.
S'impone tuttavia la necessità di rispondere alla domanda: perché tutto
questo? Le nostre informazioni e la nostra capacità di contestualizzare
l'accaduto, sono al riguardo scarse, superficiali, inconsistenti. Pochi di noi,
confessiamocelo, sapevano fino a ieri qualcosa dell'Ossezia e sarebbero in grado
di identificarne l'ubicazione su una carta geografica.
E allora anche la necessità urgente di capire che cosa sta succedendo si piega
alla logica politica e massmediale: risposte semplici, a tutto tondo, a colori
decisi e contrapposti, per domande che in realtà, per esser davvero
soddisfatte, ne esigerebbero di complesse e articolate. Ma urge orientarsi con
chiarezza, distinguere fra il bene e il male, scegliere il campo in cui stare.
Orrori di settembre
E allora ecco qua. I fatti del settembre 2004 si collegano strettamente a quelle
dell'11 settembre 2001 e costituiscono i sintomi e al tempo stesso la prova che
il nostro Occidente è vittima d'un odio irrazionale e fanatico, che siamo
minacciati da un irremissibile nemico, che le democrazie sono attaccate. Perché
'loro' ci odiano? Forse perché ci hanno sempre odiati, forse perché siamo più
ricchi di loro, certo perché detestano e disprezzano i perfidi, i barbari, i
nostri valori di libertà, di tolleranza, di progresso nella pace, di rispetto
della vita umana.
Chiara, lineare, cristallina analisi. Che assolve 'noi' da qualunque
responsabilità (anche perché abbiamo già dimenticato e non abbiamo nemmeno
mai davvero conosciuto le nostre colpe) e condanna le loro senza appello. Solo
che quest'analisi ha un difetto. Non regge.
Dinanzi ai fatti osseti, poco si è ricordato dell'intervento delle Forze di
Sicurezza russe in un teatro di Mosca, nel 2002, in un contesto molto simile.
Anche là, un'azione brutale che secondo molti osservatori si sarebbe potuta
evitare sostituendola con la trattativa: perché il principio base, in questi
casi, è salvare il maggior numero possibile di vite innocenti. Un principio
che, allora come oggi, l'ex poliziotto comunista e oggi fervente cristiano
ortodosso Vladimir Putin ha calpestato. Indignandosi, anzi, dinanzi a chi
chiedeva spiegazioni perché lo svolgersi dei fatti, allora come oggi, non era e
non è chiaro. E promettendo come risposta una cosa sola: un pugno ancora più
forte contro i 'ribelli' e i 'terroristi' ceceni. Come se il terrorismo si
vincesse con i carri armati e i bombardamenti a tappeto: e non con
l'intelligence, le misure capillari di polizia, soprattutto l'analisi delle
ragioni anche politiche, culturali, socioeconomiche del perché oggi c'è tanta
gent!
e disposta a diventar terrorista o a simpatizzare con i terroristi.
E allora, rinfreschiamoci la memoria. Ad esempio ricordando che Putin è il
medesimo di qualche anno fa, ai tempi del famoso attentato alla Metropolitana di
Mosca di cui s'incolparono i terroristi ceceni mentre risultò poi opera del Kgb
di cui egli è stato dirigente. Ricordando lo spaventoso massacro e la letterale
distruzione della capitale cecena, Grozny, le cui vittime - quando si smise di
contarle - ascendevano a 150.000.
Amici di comodo
A quel tempo, si parlò della necessità di tradurre Vladimir Putin dinanzi alla
Corte dell'Aja, al pari del suo protetto Milosevic. Oggi, di quel crimine egli
è stato pienamente assolto, al punto che nessuno lo ricorda più e il signor
Putin è diventato un interlocutore privilegiato di Bush (e, naturalmente, di
Berlusconi). E nessuno che faccia il piccolo sforzo di chiedersi se per caso il
massacro di Grozny non abbia provocato conseguenze, contraccolpi, situazioni che
in qualche modo potrebbero aiutarci a comprendere (che non equivale affatto a
giustificare) i fatti osseti di oggi. E nessuno che senta la necessità di
tornar a esaminare nelle sue vere proporzioni la questione cecena e i relativi
diritti umani in quel paese da anni violati e calpestati. Altro che lotta fra
democrazia e terrorismo.
Ma perché i nostri politici e i nostri massmedia hanno con tanta disinvoltura
assolto Putin, dimenticato le sue responsabilità, arruolato la sua immagine fra
quelle dei paladini indefessi della democrazia minacciata dal terrorismo?
Una possibile risposta, forse, sta nella risoluzione Onu del gennaio 2004:
allorché si è messa in atto una sanatoria nei confronti dell'unilateralismo
con cui era stato condotto, nel febbraio-marzo precedente, l'attacco degli Usa e
della 'coalizione' da essi guidata contro l'Iraq. Un attacco, come oggi tutti
sanno, condotto sulla base di giustificazioni rivelatesi poi false prove e
menzogne.
Ma ormai era fatta. Era (è) chiaro che gli americani non avevano (non hanno)
alcuna intenzione di andarsene se non dopo aver 'normalizzato' il paese secondo
i loro interessi; e che nessuno poteva (può) imporre loro di fare altrimenti,
per una questione elementare di forza in campo.
In quel gennaio del 2004, dunque, le potenze membri permanenti del Consiglio di
Sicurezza dell'Onu di cui Bush temeva il 'veto' furono indotte ad accettare che
la situazione restasse com'era, salvo un coinvolgimento formale dell'Onu stessa.
E a Francia e Russia Bush concesse un adeguato compenso per il loro
silenzio-assenso. Alla Francia, che aveva qualche problema con la Costa d'Avorio
e con Haiti, si permise di agire senza andar troppo per il sottile, nel concorde
silenzio dei governi e dei massmedia di tutto il mondo. A Putin si dette mano
libera nella repressione dell'indipendentismo ceceno, pur sapendo che ciò (al
pari della guerra in Afghanistan e in Iraq) avrebbe fatto dilagare il
terrorismo.
Demagogia manichea
Perché anche le centrali del fondamentalismo islamico, esattamente come da noi
i 'duri-e-puri' della difesa della democrazia occidentale minacciata, si servono
con spregiudicata demagogia del solito rozzo passepartout manicheo: da una parte
- dicono - ci siamo noi, i veri e buoni credenti, dall'altra loro, i servi del
Satana occidentale, i giudeo-crociati che combattono Allah e che sono al
servizio degli interessi delle multinazionali. Che la visione del mondo delle
centrali terroristiche (le quali grazie a Dio non sono ancora un tutto unico e
organico come qualcuno vorrebbe farci credere) sia ridicola e criminale al tempo
stesso, lo capiamo tutti benissimo. Ma che quella della 'lotta dell'Occidente
democratico contro il Terrore', della 'civiltà contro la barbarie', lo sia
altrettanto, e che queste due aberranti e opposte tesi si sostengono a vicenda
per quanto i loro rispettivi paladini si combattono: questo stentiamo a capirlo.
Eppure, bisogna renderci conto che i Wolfowit!
z e i Bin Laden parlano un linguaggio simile: e che sono loro il Nemico.
Grande equivoco
Usciamo insomma dal tragico equivoco. Noi che ci definiamo 'occidentali'
vorremmo tanto che i mercati finanziari comunicassero e che la sicura gestione
delle risorse del mondo ci fosse assicurata, ma che i problemi e i contraccolpi
che tutto ciò genera restassero poi rigorosamente confinati a casa loro. Troppo
comodo. Ma non è così. Globalizzando i primi, si globalizzano anche i secondi.
E allora anche i problemi dei ceceni, dei palestinesi, degli afghani, degli
iracheni (e di gente al mondo più disgraziata di loro, e ce n'è tanta, specie
tra Africa e America Latina), diventano anche i nostri. In forme che, se ci
ostiniamo a ignorarli, saranno sempre più simili a quelle dell'Ossezia di
adesso.
Oggi, il terrorismo è uno dei principali problemi del mondo. E' chiaro che i
metodi alla Bush e alla Putin non lo risolvono. Anzi: lo rafforzano, lo fanno
dilagare. Vogliamo che non si ripeta più la carneficina osseta? Benissimo:
allora fermiamo Putin, che per difendere il suo potere e nascondere i suoi
errori sta promettendo nuove carneficine cecene. E impariamo a distinguere, in
Cecenia come in Iraq e altrove, il terrorismo criminale dai sacrosanti diritti e
dalle legittime aspirazioni dei popoli: senza ridurre sistematicamente questi a
quelli. Se non facciamo così, e se non cominciamo a farlo subito, aspettiamoci
il peggio.
Ma non lo faremo.