PEPERONCINO TOSSICO DAL SUDAN
Il Sudan, in tutte le sue specie conosciute (I,II, III, IV) è
un
colorante utilizzato per tingere solventi, oli, cere, scarpe e
detergenti per pavimenti. È considerato cancerogeno e genotossico,
ovvero capace di danneggiare il Dna, e per questo è bandito dagli
alimenti in tutti i paesi dell'Unione europea. Purtroppo è stato
rintracciato in molte polveri di peperoncino importate dall'India ed è
finito in molti prodotti alimentari commercializzati all'interno della
comunità. Il pericolo di contaminazione non sussiste per i peperoncini
italiani e per essere sicuri di non incappare nella polvere piccante,
quando si insaporisce una pietanza è sempre meglio scegliere la spezia
fresca.
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> Elenco dei prodotti risultati positivi al Sudan
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> Knorr
> Mato Mato piccante
>> Star
> Granpesto alla siciliana Tigullio
>> Granpesto mediterraneo Tigullio
>> Gransugo alla diavola
>> Insaporitore aglio e peperoncino
>> Spaghetti con broccoletti
>> Spaghetti alla mediterranea
>> Cirio
>I sughi rustici all'arrabbiata
>> Del Monte
> Hot Ketchup
>> Barilla
> Sugo all'arrabbiata (lotti: 044423, 044433, 044443, 044913, 044923,
044933, 044943, 044503)
>> Pesto alla calabrese (lotti: 054513, 054523, 054663, 054673, 055003,
055013)
>> Mama Sita's
> Sweet chili
>> Conad
> Vongole al pomodoro (lotto Lt 298A4)
>> Sugo al peperoncino (lotti: LP015, LP016, LP157)
>> Taralli al peperoncino (tutti i lotti con scadenza antecedente
> l'1/02/04)
>> Mare Pronto Arena
> Zuppa di pesce surgelata 90mila chili, 18 lotti con scadenza fino a
ottobre 2004
>> Sugo alla marinara surgelato 30mila chili, 6 lotti con scadenza fino a
dicembre 2004
>
> La nostra dispensa, il nostro frigorifero, ancora oggi, potrebbero
contenere salumi, formaggi, sughi pronti e surgelati insaporiti dal
peperoncino al Sudan, additivo cancerogeno e genotossico. Il ministero
della Salute, guidato da Girolamo Sirchia, lo sa e conosce perfino i
nomi e i numeri di lotto dei prodotti contaminati, eppure sceglie di non
parlare e rinuncia a un intervento che tuteli la salute pubblica,
rifiutandosi di avvisare i cittadini del grave rischio a cui sono
sottoposti. Eppure l'emergenza, scoppiata quattordici mesi fa, è ben
lontana dall'essere risolta, come ha ricostruito l'inchiesta del
Salvagente. Dopo tanto tempo e con le dogane "ermeticamente chiuse" a
ogni passaggio di peperoncino tossico dall'India o da paesi sospetti,
nei negozi ancora "spuntano" alimenti contaminati. E non da aziendine
di
secondo piano, poco attente agli obblighi di legge e alla salute dei
propri consumatori. A finire nell'occhio del ciclone, è stata nientemeno
che la Arena una delle più grandi (e serie) industrie alimentari
italiane. L'azienda, chiamata in causa dal Salvagente, non solo ha
confermato punto per punto l'allarmante episodio che la sta coinvolgendo
ma ha anche avviato un richiamo dei lotti coinvolti. Ma le due referenze
in questione, la zuppa di pesce e il sugo alla marinara, entrambe
surgelate ed entrambe firmate Mare Pronto, marchio di proprietà di
Arena, sono solo la punta dell'iceberg. I cibi al peperoncino tossico
ancora in circolazione sono tantissimi e spesso anche molto noti. Se si
tenta di sapere quali sono, però, ci si scontra con un muro di silenzio.
>>
> La Ue: informate i consumatori
> Lo scandalo sanitario della polvere piccante tinta con l'additivo
cancerogeno scoppiato più di un anno fa in Francia, ha attraversato
l'intera Europa e ha spinto l'esecutivo di Bruxelles a bandire
l'importazione e il commercio della spezia tossica in tutti i paesi
dell'Ue, già dal 20 giugno del 2003. In Italia l'allarme è partito in
ritardo di qualche mese ed è stato gestito dalle autorità sanitarie con
superficialità e lentezza. L' industria alimentare non è stata informata
per tempo e in modo circostanziato del reale rischio sanitario legato a
questo ingrediente e, cosa ancor più grave, i cittadini sono stati
tenuti allo scuro del pericolo e nulla hanno saputo delle misure prese
per fronteggiare l'emergenza, in evidente contrasto con quanto prevede
la legge europea. "L'allerta sanitario pubblico in Ue è sancito dal
Regolamento 178/2002", spiega al Salvagente Catherine Bunyan, della
Direzione generale per la salute e la difesa dei consumatori della
Commissione europea (Sanco). Che puntualizza: "L'articolo 10 di questa
norma, che riguarda l'informazione alla popolazione, sostiene che quando
ci sono ragionevoli fondamenti ai sospetti che un alimento possa
rappresentare un rischio per la salute umana, le autorità pubbliche
devono intervenire per informare la popolazione della natura del
rischio, identificando quanto più è possibile il tipo di alimento, il
danno che può causare e le misure che sono state prese o si intendono
prendere per prevenire, ridurre o eliminare tale rischio. Questo
significa che dove è possibile, per esempio nel caso dei richiami di
alimenti contaminati o quando il nome e i numeri di lotto dei prodotti
inquinati sono disponibili, bisogna procedere con una comunicazione
pubblica". Ma le nostre autorità sanitarie non hanno peccato solo per
mancanza di trasparenza. La legge italiana, infatti, impone a chi è
responsabile della salute pubblica il sequestro su scala nazionale di un
alimento, ogni volta che si ha anche solo un forte sospetto che
rappresenti un grave rischio per l'incolumità della popolazione.
Nonostante gli innumerevoli campioni risultati positivi alla prova del
Sudan, eseguita da Arpa e Istituti zooprofilattici, però, in Italia i
sequestri ordinati dalle Asl sono stati a "macchia di leopardo", gli
allerta sanitari non hanno funzionato, sono stati tardivi e spesso, nel
passaggio da una regione all'altra, si sono persi in qualche cassetto.
Una rete di vigilanza con troppi buchi Il risultato è che il peperoncino
al Sudan entrato nel nostro paese prima del divieto comunitario, è
spesso sfuggito ai controlli ed è stato utilizzato da trasformatori, bar
e ristoranti nell'indifferenza di tutti gli organi di vigilanza.
L'esempio più eclatante è il caso scoperto in primavera dal corpo
forestale dello Stato: 15mila chili di p olvere rossa contaminata,
approdati, per lo meno, in più di 1.100 quintali di alimenti surgelati
Mare Pronto regolarmente messi in vendita. 500 società potrebbero essere
coinvolte per aver utilizzato il peperoncino al Sudan, nonostante il
divieto. L'unica di cui si conosce il nome è proprio l'Arena, tirata in
ballo da un'inchiesta giudiziaria della Procura della Repubblica di
Fermo, dopo che nello stabilimento di Grottammare di una sua azienda, la
Nova Surgelati, sono stati adoperati circa 35 chili dell'enorme partita
di spezia inquinata, per la preparazione di zuppe di mare e sughi alla
marinara. Numeri alla mano, la partita di alimenti contaminati è
impressionante: circa 90mila chili di zuppa, 18 lotti con scadenza fino
a ottobre 2004, e 30mila chili di sugo, 6 lotti con scadenza fino a
dicembre 2004. Le quantità dei prodotti recuperati e distrutti dalla
polizia giudiziaria purtroppo è irrisoria. "Ai primi di agosto",
racconta il comandante del Corpo Forestale provinciale di Ascoli Piceno,
Benetto Domenico Ricci, "sono stati eseguiti altri sequestri a Pisa, ad
Arezzo e in Romagna. Ma dall'inizio dell'indagine a oggi abbiamo trovato
solo qualche quintale dei 1.130 usciti dagli stabilimenti. La maggior
parte delle confezioni contaminate saranno già arrivate agli
utilizzatori finali. Noi intanto proseguiamo con gli accertamenti".
Arena, dal canto suo, assicura di aver già compl etato il ritiro degli
alimenti sotto accusa. Ma Mare Pronto non è l'unico nome eccellente
coinvolto. Nelle indagini in corso in tutta Italia ci risulta siano
finite anche altre società note che producono insaccati, salumi e
salsicce piccanti. Anche in questo caso la contaminazione potrebbe avere
dimensioni macroscopiche. Ma nessuno si preoccupa, dal dicastero di
Sirchia, di informare chi li ha acquistati e, magari, li ha ancora nel
freezer di casa.